La crisi dell’editoria è data dalla pochezza dei contenuti o dalla massiccia condivisione delle informazioni?

Questo mese mi è saltato un progetto editoriale. Ho mandato a monte tutto io perché non ero d’accordo con i “piani alti”: dovevo definire la linea editoriale e in base alla mia esperienza sapevo cosa volevo pubblicare e farvi leggere.

Da giornalista, ma ancora prima da lettrice, so benissimo cosa funzione e cosa no. Cosa mi annoia e cosa mi attrae. Cosa utilizzerei sotto la gamba del tavolo per livellarlo o cosa inserirei nella mia libreria insieme ai libri preferiti.

La mia proposta era vicino alla gente: storie di vita vera, senza filtri, senza abbellimenti, con tutti i problemi quotidiani. Storie di donne, uomini senza distinzione di genere, di religione e forma. Completamente free.

Racconti che potevano far pensare. Un insieme perfetto, ogni numero si collegava all’altro. Ottima strategia e ottimi contenuti, sì me lo dico da sola perché era così.

Insomma, cosa non è andato? A quanto pare è risultato poco commerciale. Per renderlo commerciale bisognava aggiustare il tiro e io di scrivere articoli vuoti non ci sto più. Non posso prendermi giro e prendere in giro voi.

Questo blogzine mi permette di essere libera e di scrivere ciò che voglio con i toni che desidero e così mi avete premiato. Voi mi avete premiato perché percepite la mia linea senza artifizi.

Tutto questo però mi ha fatto pensare e allora apro un dibattito che spero possa arrivare ad un incontro-scontro produttivo per tutti.

Secondo voi la crisi dell’editoria, nel fashion e in generale, è causata dai contenuti che non si avvicinano al lettore oppure dalla saturazione del settore? Mi spiego meglio: da lettori pensate che gli articoli che leggete rispecchiano poco la vostra vita oppure pensate che le stesse informazioni, ad esempio, potete trovarle sui social network quindi sottraendovi all’acquisto del prodotto editoriale?

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