Lo storytelling sta cambiando il giornalismo: dall’intervista asettica (o standard) a quella emozionale

Ieri mattina mi trovavo in riunione di redazione, oramai per me è un appuntamento settimanale. Il mio nuovo Editore – che ho adorato sin da subito perché ha una visione comune alla mia – mi ha dato una dritta ben precisa: “Francesca, intervista come sai fare, ma ricordati bene questa parola: storytelling!”.
Citarmi lo storytelling è un po’ come invitarmi a nozze per poi scegliere l’outfit da Prada. Vi ho reso l’idea?

Comunque a quella parola mi sono letteralmente illuminata. È la prima volta nel corso di questi anni di esperienza nel settore giornalistico che qualcuno mi chiede di raccontare; io che ho fatto del racconto la mia bandiera. La mia caratteristica come giornalista e blogger; per propensione caratteriale, perché sono una millenials (sapete cos’è vero!?) e perché credo fortemente nel potere del racconto che inevitabilmente coinvolge. Il racconto è stato il collante fra gli uomini dalla notte dei tempi, è lo strumento principale di un social media manager ma anche di un politico o di un personaggio pubblico che vuole fare bingo e avere successo.

Così dopo aver preparato le domande per il mio pezzo ho riflettuto tantissimo sul giornalismo in generale tra ieri, oggi e domani. Il giornalismo è un settore molto complesso, lo è sempre stato. Sui giornalisti si dicono tante cattiverie – sì siamo bastardi, vanitosi e a volte pecchiamo di divismo – ma in fin dei conti questa professione è da sempre (e rimarrà così per molto tempo) l’attività più affascinante del mondo perché abbiamo un potere immenso, cioè quello di raccontare e condividere, e siamo avvolti da un’aurea di mistero che coinvolge chi ci sta accanto.

Frequenti un giornalista? Che figata.
Sei amico di un giornalista? Wow, che bello!
Stai insieme ad un giornalista? Top!

Ma non è questo il punto. Perdonatemi ma anche io sto raccontando e questo vi coinvolge, non negate!

Il focus della mia riflessione è il cambiamento sostanziale che questa professione ha effettuato nel corso del tempo. Siamo partiti esclusivamente dalla carta stampata per arrivare al formato digitale. Noi come giornalisti abbiamo raccolto informazioni portando in borsa carta e penna (cosa che faccio pure ora anche se sono una digital addicted) fino ad arrivare al tablet; che oggi serve pure per creare video in diretta. Il cambiamento è già in atto.

Inoltre, c’è uno scambio/scontro/incontro generazionale con i giornalisti di vecchia generazione e quelli di nuova. Io me ne rendo sempre più conto frequentando o confrontandomi per pochi minuti con professionisti più anziani di me.
Sono una persona attiva e reattiva, lo sono sempre stata. Ho preso il mio telefono in mano all’età di 2 anni e mezzo pronunciando: “Pronto, chi parla?” e da lì sono arrivata a digitare i miei pensieri nei primi blog offerti dalle piattaforme come Libero e Kataweb. Per loro, alcuni dei miei colleghi, il web è una estensione di cui farebbero anche a meno per me invece è una necessità per esistere. Io mi nutro e mi carico con una diretta su Facebook o su Instagram. Diventa un gioco da ragazzi creare un canale YouTube e pianificare un format. È la normalità aggiornare il bouquet social; anche se ultimamente lo sto trascurando a causa della mole di lavoro consistente.

Per questo quando poi mi si parla di storytelling divento la persona più felice del mondo perché è la normalità. Per me.

Ora, però, vado ancora più in fondo: quanto lo storytelling ha influito nel modo di intervistare? Tanto! E vorrei che influisse ancora di più per cambiare uno standard giornalistico che ora non sento mio perché è freddo, poco coinvolgente e decisamente superato.

INTERVISTA ASETTICA (O STANDARD) VS INTERVISTA EMOZIONALE
Lo storytelling non è un concetto astratto è una particolarità che si sta concretizzando con mia grande gioia. Siamo ancora molto indietro, però qualcosa si sta muovendo. Come? A partire dagli articoli, in particolare nelle interviste.

Le interviste asettiche – come le definisco io – o semplicemente standard con botta e risposta non bastano più perché sono noiose e non coinvolgono il lettore. Possono servire per un’introduzione al tema, per un sommario, per una nota aggiuntiva, ma non saranno il futuro. Rappresentano ancora un presente che via via andrà scomparendo per dare spazio alla tanto amata intervista emozionale. L’intervista in cui non si offre solo spazio al virgolettato, ma soprattutto al dietro le quinte che ha portato a quell’incontro, a porre quelle domande specifiche, alle note distintive dell’intervistato… Insomma, un insieme di sfumature.

Un’intervista con questo formato può essere pubblicata ovunque e può essere utilizzata anche come raccolta in un libro, ma soprattutto offre al lettore un’esperienza di gusto che nessun banale lancio può dare. Capite cosa intendo?

Sono curiosa di sapere cosa ne pensano i giornalisti di qualsiasi generazione e gli affezionati lettori di prodotti editoriali in merito: ampio spazio ai commenti sempre nel limite dell’educazione e del rispetto altrui.

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