Estate 2016 alla scoperta della Sicilia: un carico di energie chiamato mare del sud

Dopo un giorno di riposo dal viaggio di andata la nostra vacanza stava per entrare nel vivo. Io e Lu eravamo sempre più convinte che queste due settimane insieme ci avrebbero ricaricato. Eravamo piene di buoni propositi e cose da fare, tant’è che avevamo segnato in agenda tutte le tappe e gli impegni dei prossimi giorni in quel di Catania e provincia. Al secondo giorno, non prima di essere passate dalla sua estetista di fiducia per una rifinitura, abbiamo visto il mare. Mi mancava il mare del sud, l’unico mare di cui mi fido ciecamente.

Il mare del sud ha un potere come la sua immensità: è un mare che ti dona quel senso di libertà e scoperta che non ho provato da nessuna altra parte. È un mare che sa essere buono e dolce come una persona innamorata. È un mare amico perché cristallino. E poi anche se è arrabbiato perché in tempesta sa quietarsi nel giro di poco: se fosse un uomo sarebbe quello perfetto!

È il mare per eccellenza. È il mare che associo al mare quando racconto agli altri della sua bellezza. È il mare che insegnerei ai bambini o ai ragazzi se fossi un’insegnante.
È il mio mare.

Il mare del sud è uno di quei comuni denominatori che unisce me e Lu. Che intreccia le nostre vite e ci fa capire quanto è importante la vita.

Entrambe ne siamo affascinate, entrambe ne sentiamo la mancanza quando siamo lontane, ad entrambe serve come il pane per farci vivere. “Lu, probabilmente nelle nostre vene non scorre sangue ma acqua salata!“, le ho detto tante volte scherzando. “Oppure, molto probabilmente, in un’altra vita eravamo sirene“.

Con il mio look caratterizzato dai soliti essenziali – costume, copricostume, panama, occhiali da sole e infradito – ho affondato i piedi nella sabbia dopo tanti mesi di freddo; un freddo soprattutto interiore.

Silenzio.
Aria.
Una sensazione strana quanto bellissima.
Interminabile.
Da pelle d’oca.

Prima di entrare nel vivo della vita da spiaggia ho voluto celebrare il momento con il mio solito rito da “primo giorno di mare”: sono andata a riva, ho guardato bene l’orizzonte, ho chiuso gli occhi e ho respirato a pieni polmoni. Questo è anche il mio saluto nell’ultimo giorno prima di andare via. Faccio così da una vita, all’incirca da quando avevo dieci anni, da quando ho capito l’importanza del mare nella mia vita.

Finalmente ero a casa.
Mi sentivo a casa e qui nessuno mi avrebbe ferito perché avevo la mia ricarica. Il mare mi dava questa forza.

I problemi erano oltre. Erano lontano. Non erano qui: qui c’era solo pace, c’era solo tanto mare e tanto sole; quel sole che sentivo già scaldarmi la pelle ed entrare fino alle ossa.

Quel sole che mi aveva fatto dimenticare completamente della sensazione magnifica dell’acqua che accarezza per la prima volta i piedi candidi; quei piedi che finalmente vedevo vivi dopo un inverno freddo, immobile e interminabile.

Se esiste un paradiso vorrei che fosse così. Vorrei che fosse questo.

Per la prima volta avevo dato un senso al mare mattutino. E sottolineo per la prima volta perché il momento migliore a mio avviso rimane il tramonto per centinaia di motivi; ma il mare del sud è una continua scoperta. Ti stupisce ogni volta di più.

Con i piedi ancora ammollo fino alle caviglie ero entrata nella modalità cattura dettagli: davanti a me c’era il mio amato mare, alla mia sinistra l’Etna con la città di Catania ai suoi piedi e alla mia destra un paesaggio californiano con sabbia e palme. Ad ogni sguardo sembrava di essere in un luogo diverso e magico.

Ma dov’ero realmente?

Non aveva importanza, mi sentivo al sicuro. Protetta. Assorta ma viva.

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I miei pensieri e il mio silenzio ad un certo punto sono stati interrotti da un’altra meraviglia che non avevo visto prima d’ora, così, in questo contesto: un aereo in fase di decollo dall’aeroporto adiacente, il Fontanarossa. Pur di vederlo nella sua breve tratta e godermi lo spettacolo ho alzato il volto verso il cielo con il sole a picco, senza occhiali protettivi.

I miei occhi stavano per lacrimare, ma sinceramente non so se per la troppa luce o l’emozione del momento.

Ad un certo punto ho sentito Lu dietro di me: “Lo vedi? Sta prendendo la rincorsa…“.
Sembra che vada verso l’infinito“, le ho sussurrato con un filo di voce.
Già“.
Lu, ma secondo te sarà l’aria di mare che gli darà tutta questa forza? Sembra che vada proprio verso l’infinito…“.

Dopo quell’aereo ne sono partiti altri dieci durante la mattinata e ogni volta è stata un’emozione diversa, ma io avevo già fatto il pieno di energie: ero già carica come gli aerei del Fontanarossa per andare verso l’infinito.

Una cosa era certa: il mare mi aveva donato nuova vita. Una nuova me.

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