Estate 2016 alla scoperta della Sicilia: l’incontro con R.

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Sono una pessima blogger di viaggi, ma in realtà non sono una blogger di turismo: mi piace bloggare, o meglio, mi piace scrivere e questo mi basta. Vivo tra le nuvole continuamente, talmente tanto che ieri sera mentre stavo per lavarmi i denti prima di andare a letto – e bevendo erroneamente il tonico all’acqua di rose invece del collutorio (tranquilli me ne sono accorta in tempo!)- ho pensato alla mia estate 2016. A quello che è stato e quanto mi ha segnato. Perché se la ricordo ancora, a distanza di mesi, ora ad Ottobre inoltrato, vuol dire che è stata un’estate veramente importante.

Questa è stata l’estate della rinascita. Della riscoperta e della resilienza. È stata l’estate della Sicilia.

Sono stata accompagnata e ospitata dalla mia migliore amica, la Lu (che sentirete spesso nel mio futuro libro e nei miei racconti), nella sua terra.

Lu, io ho paura di volare. Sono una donna con i piedi per terra, una donna di terra con un segno zodiacale di terra, come faccio a venire fino a Catania?“, le ho ripetuto fino a qualche giorno prima di partire. “Non ti preoccupare, ci penso io“.
Infatti, c’ha pensato lei. A tutto, lei. Pure a farmi volare, ma questo è un altro racconto: ho deciso di scrivere i punti salienti della mia estate a puntate così capirete la magia di quello che ho vissuto tra Catania e dintorni.

Il viaggio dell’andata l’abbiamo fatto in treno, tra una coincidenza e l’altra e una corsa e l’altra. È stato così avventuroso che scherzando con lei per stemperare l’ansia ad un certo punto ho detto: “Dai Lu, prendile come prove generali per Pechino Express. Vedrai poi quando saremo nel reality dall’altra parte del mondo cosa ci aspetterà!?“. Ma Lu non è da Pechino Express, lei è da Divano Express! Io sono da avventura, continuamente, lei no e mi piace stare con lei perché mi fa capire che non si può sempre correre o avere il cuore all’impazzata. Che non si può essere come me, una kamikaze in tutto, bisogna anche prendere le situazioni con più lucidità; come un viaggio ad esempio. Siamo così diverse quanto complementari ed è per questo che ci vogliamo bene e ci sentiamo ogni giorno come sorelle di sangue.

Da questo viaggio ho capito quanto l’Italia è estesa. Mi sono meravigliata dei miei pensieri, le mie congetture, che non riescono a finire neppure all’altra estremità del Paese. Accidenti a me!

Il viaggio in treno fino a Catania è stato veramente lungo, quasi interminabile, ma ha regalato ad entrambe una lezione di vita chiamata R.

R. all’inizio – e preciso all’inizio – si è presentato ai nostri occhi come un ragazzo silenzioso ma attento. Alto, occhi scuri e capelli arruffati. Il viso era dolce e delicato, aveva un accenno di acne dovuta alla sua giovanissima età. Viaggiava solo, con il cellulare in mano, ed era seduto davanti a Lu e a volte vicino a me, quando facevo cambio di posto per occupare il tempo e vedere il finestrino con un’altra prospettiva. Come al solito non sto mai ferma!

R. ci ha osservate in silenzio senza dire nulla. Ha ascoltato i nostri discorsi, i miei sbalzi di umore con Lu.

Lu, basta, non ci devo pensare. Ma come ha potuto buttare all’aria tutto così?! Uff”.
Non ci devi pensare infatti…
Silenzio.
Lu, ma guarda quest’altro: non si collega su WhatsApp dalle 11.40, chissà cosa starà facendo?“.
Non guardare il telefono…
Silenzio.
Lu, ma ti ricordi le sigle dei cartoni animati degli anni ’90? Mila e Shiro due cuori nella pallavolo, Shiro e Mila amore a prima vista è…“.
Veramente, che bel periodo, ma ti ricordo anche…
Parole, parole, parole e canto accennato.

Perché ci ha osservate senza dire nulla. Senza commentare come solo una persona intelligente sa fare.

R. ha letto da Roma fino a Napoli un mattone fantasy. Poi io ad un certo punto, nel momento in cui ero seduta vicino a lui, la parte più goffa di me ha dato il meglio: ho fatto uno scatto sordo con il braccio. Lui si è impaurito, io pure perché credevo mi fosse sceso un insetto dall’alto della pulizia di quel treno. In realtà era la pelle d’oca ma l’ho scoperto solo dopo. Mi sono subito scusata ma i suoi occhi erano preoccupati.

Scusami, non volevo spaventarti, credevo mi fosse caduto un insetto dall’alto”, mi è sembrato il minimo per ammorbidire quella fenomenale figuraccia.

Tranquilla, credevo di averti sfiorato e creato un disturbo“. Quanta educazione in poche parole.

Insomma, avevo già capito che R. era speciale: quale uomo/ragazzo si sarebbe spaventato o preoccupato per una donna in preda ad una visone allucinogena durante un viaggio in treno da nord a sud?

Fino alla traversata dello stretto di Messina non ha proferito parola ma ci ha osservate. In realtà io e lei ci sentivamo un po’ osservate durante tutto il viaggio: da quando abbiamo ricordato le canzoni anni ’90 della nostra infanzia fino alla mia ennesima sfuriata di rabbia “Basta, non posso soffrire per un inetto che ha voluto chiudere un rapporto in questo modo e per un altro che non mi considera“. Tant’è che sul traghetto, una volta salite ad osservare il tramonto (e che tramonto!), tra un momento di silenzio ad osservare la lingua di mare che divide la terra, un discorso serio e uno no ho buttato lì una frase quasi profetica: “Senti Lu, ma l’hai visto il ragazzo vicino a noi vero? Secondo me vuole parlare con noi”.

Dopo questa “perla” Lu è scesa mentre io sono rimasta ancora su a contemplare il sole e a farmi cullare dalle onde su un traghetto che aveva nella pancia i vagoni del treno. Che stranezza per il mio essere così con i piedi per terra ma perennemente con la testa tra le nuvole.

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Mi sono bastati pochi secondi per perdere la cognizione del tempo e dello spazio.

Passati cinque minuti di orologio sono scesa anche io e ho trovato, senza neanche troppo stupore, Lu a parlare con il ragazzo. Dopo le presentazioni di rito ho scoperto, anzi abbiamo scoperto entrambe, che si chiamava R. e andava ancora al liceo. Viaggiava solo già da tempo e aveva proprio l’aria di una persona con la testa sulle spalle.

E così è iniziata la mitraglietta delle mie domande dettate dalla curiosità e dalla deformazione professionale. Gli ho chiesto qualcosa per capire e scavare a fondo, insomma questo ragazzo era una perla rara: aveva un cervello da trentenne, un corpo da diciottenne pur avendo le caratteristiche dell’adolescente.

Sul futuro R. aveva le idee chiare: “Sì, io farò il militare. Il tiratore scelto. Mio padre e mio zio sono nel settore, altrimenti mi butto in psicologia“. Che tenero!

Mia madre è una pianista, suona il piano…“. Bel lavoro che deve aver fatto la madre per averlo educato così a modo. L’educazione materna è alla base di tutto, in particolare di un futuro uomo stabile.

A scuola adoro la Matematica e la Storia, in Italiano però sono un po’ carente“.

R. era un fiume in piena e l’avevamo scatenato con la nostra curiosità. E allora visto che stavamo facendo chiacchiere da treno e Catania era quasi vicina mi è sembrato opportuno mettere un po’ di sale.

R. e… l’amore? Cosa ne pensi dell’amore?
Con un po’ d’imbarazzo mi ha risposto: “Ma… vedi… per me… una ragazza deve essere carina sì, ma anche dolce. Insomma non voglio soffrire, io voglio vivere il rapporto“. Nel suo imbarazzo aveva detto delle parole semplici e lineari.

Ecco, non vuoi soffrire. Giustamente!

Io guardavo Lu esterrefatta. In una delle nostre occhiate complici ho sottolineato: “Lu, non vuole soffrire R., è giusto. E vuole vivere il rapporto!“.
Allora perché noi donne continuiamo a farlo a causa di uomini senza senso? Perché gli uomini che ho incontrato fino adesso hanno fatto soffrire me volutamente senza nessuna pietà? Più tipi come R. su questo pianeta, questo è poco ma sicuro.

“Senti R., ti devo chiedere un parere“. Lu, aveva già capito dove volevo andare a parare e infatti rivolgendomi a lei ho detto: “No, Lu, aspetta perché mi serve il parere di un uomo. Sì, di un ragazzo come R.“. Lu, si stava mettendo a ridere perché oramai avevo chiesto l’opinione anche dei muri, ma tanto facevo sempre di testa mia.

R. ascoltami bene, c’è questo ragazzo, un bel ragazzo. Aspetta te lo faccio vedere in foto qui sul mio cellulare“. Tiro fuori il cellulare dalla borsa, mi dirigo verso la gallery e gli faccio vedere il ragazzo che mi aveva rubato il cuore. Oramai avevo salvato tutte le sue foto per consumarle nei momenti più tristi della giornata. Quelle proprio in cui mi mancava come l’aria.

Carino, sì bel ragazzo“.

Bene, R. questo ragazzo a me piace tanto. Gliel’ho pure detto, capisci!? Non sono molto strategica nei sentimenti. Insomma, lui non mi considera“.

Stupito esclama: “Come non ti considera!? Cioè gli hai detto che ti piace e non ti considera?! Ma è pazzo?

No, giuro non mi considera. Capisci? Mi ha lasciato sospesa con una frase senza senso. Vuoi leggerla? Guarda ti faccio vedere il messaggio su WhatsApp così lo leggi,  io oramai lo so memoria. Leggi pure“.

Prende il cellulare tra le mani come fosse un oggetto prezioso e legge in silenzio, poi si gira verso di me con occhi dolci ed innocenti: “No, non ci posso credere. Tu sei una bella ragazza. Una ragazza così, devi viverla, non puoi permetterti di risponderle così. Nessun uomo dovrebbe far soffrire una donna. Una donna devi conoscerla, non puoi risponderle in questo modo, solo dopo se proprio non ti piace e si è incompatibili puoi prendere le decisioni del caso. Ma un un uomo non può agire così, un uomo non deve farlo. Vuoi un consiglio? Lascialo perdere. Non ti merita”.

Anche io non ci potevo credere: “Lu, non ci posso credere neanche io. Capisci?!“.

R., la sua giovane età, la sua spensieratezza, il suo essere così corretto e trasparente, e soprattutto puro nei confronti dell’amore, mi aveva spiazzato. In quel preciso istante mi sentivo una stupida: un ragazzino di quindici anni si era dimostrato più uomo di tutti quelli che avevo avuto e la colpa era solo mia. Ma gli errori si pagano e fanno crescere, gli incontri casuali e illuminanti con ragazzi come R. ti segnano e forse capitano solo una volta nella vita.

Basta stupidi. Basta errori. Basta stronzi.

R. è sceso a Catania con noi in una calda e afosa serata di Luglio. Il suo viaggio poi è proseguito verso Siracusa. Ci siamo salutati e in silenzio gli abbiamo augurato tanta buona fortuna. Buona fortuna R., perché sei destinato pure tu a soffrire, a farti spezzare il cuore in tanti piccoli pezzi dalla sconsiderata di turno; ma forse la tua saggezza, pronta a maturare, ti porterà a fare meno errori. Meno errori di me sicuramente.

La saggezza di quelle parole scambiate in treno, come a riempire un vuoto a perdere, credo che me le ricorderò per molto tempo.

E la mia vacanza era solo appena iniziata.

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