La Comunicazione nella Moda è morta. Meno pronvicialismo più territorialità ma soprattutto tanta condivisione!

Continua il mio approfondimento sulla comunicazione nella moda. Nel primo post, che trovate qui, ho condiviso pubblicamente il mio ragionamento sulla crisi che impera in questo settore specifico.

Riprendendo il discorso: lo scenario di apertura è catastrofico a causa di una crisi economica ma prima di tutto di sistema. Gli attori coinvolti in questa situazione sono gli imprenditori, i comunicatori della vecchia guardia, i comunicatori della nuova generazione e i cialtroni.

Detto questo ora vi spiego perché tutti questi attori, insieme, stanno facendo una grande confusione e hanno provocato la morte della comunicazione nella moda.

Gli imprenditori
Quelli della piccola-media industria di una fascia d’età medio-alta, mediamente, ignorano l’importanza e la funzione aziendale della comunicazione; in particolare con le nuove tecnologie.
Inoltre all’interno delle aziende si sta creando un processo di finto svecchiamento dovuto al ricambio generazione da padre in figlio. L’unico problema è che questi figli, nella maggior parte dei casi, non hanno la preparazione adeguata per mandare avanti l’azienda perché poco formati o con poca esperienza.
Non è un caso se numerose aziende a causa della crisi sono fallite scomparendo dal mercato. E non è un caso se il passaggio da padre in figlio ha creato cambiamenti non proprio positivi.

I comunicatori della vecchia guardia
É un folto esercito di professionisti, freelance o dipendenti, che cerca di convivere con l’aggiornamento di sistema attuale; positivamente o negativamente.
Chi l’ha fatto positivamente riesce ad essere ancora appetibile sul mercato. Invece chi non l’ha fatto viene piano piano tagliato fuori.
Questa categoria rappresenta una base importante per il futuro perché fa parte delle fondamenta nella comunicazione, ma è dura conviverci.

I comunicatori della nuova generazione
Alcuni guri, altri meno. Alcuni troppo tecnici, altri troppo pratici. Anche questo gruppo è massiccio e per tutti si tratta della realtà e del futuro.
Dovrebbe convivere in maniera ottimale con gli imprenditori e i comunicatori della vecchia guardia, ma non va sempre così.

Io faccio parte della terza categoria con tutte le mie sfumature. Se dovessi coniare uno slogan in questo caso sarebbe: meno provincialismo, più territorialità ma soprattutto tanta condivisione!

Provincialismo da parte di imprenditori che non riescono umilmente a capire di aver bisogno del lavoro che faccio, ma anche di chi affida le mie compentenze al primo che passa o addirittura all’amico del cugino senza preparazione. Provincialismo che ho trovato anche tra colleghi, di vecchia e nuova generazione, con la totale assenza di volontà  di fare network. La condivisione, come la parola, è importante!
Il provincialismo è l’antitesi dell’apertura mentale e anche della territorialità. Quando parlo di territorialità intendo la valorizzazione delle risorse a breve raggio. Mi spiego: che senso ha andare a scomodare una risorsa lavorativa, a parità di bravura, a chilometri di distanza quando è disponibile “sotto casa”? Che senso ha per un’azienda farsi curare la comunicazione da qualcuno che è in un’altra città e non può agire sul posto velocemente?
Ovviamente ci sono casi e casi, ma tendenzialmente un senso non ce l’ha.

 
A questo punto, capite perché sostengo che la comunicazione nella moda è morta?

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