CALA IL SIPARIO SULLA FASHION WEEK MILANESE: RESOCONTI E PUNTI DI VISTA

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Da qualche giorno è calato il sipario sulla fashion week milanese. Mi sono astenuta nel parlarne perchè, come sempre, prima osservo e poi sparo la mia opinione. Sono dispiaciutissima poichè non ho potuto parteciparvi in prima persona, sarebbe stato un buon motivo per conoscere tante di voi che mi commentano quotidianamente. Purtroppo, cadeva proprio in mezzo al mio compleanno e ad altri impegni che avevo preso. Spero di fare una capatina alla prossima. Ma partiamo con ordine: a livello artistico e stilistico, sulla base di tutto il materiale che ho visionato, ho adorato la sfilata di Sergei Gringo per l’uso dell’azzurro “Cenerentola e Fata Turchina” e le linee vorticose degli abiti.
Altro segno di approvazione per la donna di Luisa Beccaria, gitana e sbarazzina. Non mi ha entusiasmato la collezione di Gianfranco Ferrè, mi aspettavo qualcosa di più innovativo e definito; punti di vista, come sempre.
Super si per Massimo Rebecchi, che ha proposto stoffe e colori brillanti, e Roberto Cavalli che ha abbracciato una linea più minimal rispetto agli anni scorsi.
Sono rimasta un po’ delusa da Lorenzo Riva, a mio avviso una collezione non in linea con i suoi canoni di alta classe ed eleganza. A mio avviso.
Eterea e ricca di accessori giusti la sfilata di Missoni, con colori che riportano ai tramonti primaverili ed estivi. 
Due contrapposizioni: la donna Ferragamo che è molto rock, mentre, quella di Marni decisamente slow e femminile.
Promossi a pieni voti Trussardi, Byblos, Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Bottega Veneta (per il salto impercettibile tra anni ’20 e ’40), Roberto Musso con le sue linee orientali e impalpabili (se sfogliate la gallery troverete l’abito in rosa che mi fa letteralmente impazzire), il candore di Emilio Pucci, la donna seventies e amazzone di Versace, il patchwork elegante di Gabriele Colangelo e la perfezione di Gucci.
In questo scenario bellissimo dove hanno regnato per diversi giorni fantasia, arte, eleganza – in un continuo inno alla genuina femminilità – si potevano evitare scelte azzardate in fatto di testimonial. E non parlo solo della più criticata negli ultimi giorni.
Siamo nell’era della comunicazione democratica, il motto “…purchè se ne parli” non va più di moda. Il rischio che si corre, e le relative conseguenze, è una pioggia di critiche e scelte estreme d’acquisto da parte dei consumatori.
E ora occhi puntati sulle passerelle parigine.

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